Questa è per quelli come me.
Quelli come me si sentono soli, sempre. In realtà, spesso dall'esterno nessuno lo penserebbe: hanno amici, in numero considerato "normale" ai più, una famiglia, magari un compagno/a, o degli amanti, una certa quantità di conoscenti, di quelli con cui scambi volentieri due parole, e altre figure che non sono propriamente Amici, ma neanche meritano di essere delegate al mero ruolo di conoscente. Quelli come me chiacchierano, ridono, escono, ballano, scherzano, urlano, si incazzano, come il mondo si aspetta che facciano, perfettamente in linea con i propri coetanei. Quelli come me sono i figli modello: studenti brillanti, responsabili, educati, ligi al dovere, organizzati, metodici, composti. Composti. Sin da bambini, non hanno mai dato preoccupazioni ai genitori: "Cos'è venuto a fare?" chiedeva la maestra a mio padre, in terza elementare. A volte mostrano interesse verso discipline lontane da quelle conosciute tra i banchi e intraprendono così percorsi paralleli ai loro studi, imparando sin da giovani a gestirsi, ad organizzarsi, così da non togliere mai troppo tempo al "dovere". E allora giocano, suonano, danzano, arrivando sempre un po' più in alto degli altri: perché amano la disciplina e ovunque ci siano regole si sentono a casa. Quelli come me hanno una discreta vita sociale ma coltivano qualche passione intima, silenziosa: leggono, scrivono, dipingono. Quelli come me hanno chiaro in mente cosa è loro richiesto, cosa è giusto che facciano e lo fanno, sempre: rinunciando al sonno, alle relazioni, al sano cazzeggio. Sono in pari con gli esami, hanno un buon lavoro, sono buoni amici, figli di cui essere orgogliosi, genitori presenti, compagni attenti.
Eppure, quelli come me sono spaccati dentro.
Se dovessi associare un'immagine a quelli come me, penserei ad una palla di vetro anti-infortunio. Avete presente il vetro del parabrezza, che quando si rompe non crolla ma ha una pellicola plastica che tiene incollati tutti i frammenti? Ecco, così. Quelli come me non mollano mai. A volte soffrono, soffrono tanto, ma non scoppiano mai. Non scoppiano. Non sanno scoppiare. Buttano giù, ingoiano, soffocano, come in un'abbuffata di pensieri. Seppelliscono tutto, ciascuno nel suo modo, e tirano avanti. Con la loro camicia stirata, la tesi cum laude, i complimenti del collega. Come canta Contessa, "non arrivano al punto di rottura quasi mai". Sono lì, sull'orlo del baratro, o del pianto, o della sfuriata, o della fuga, e ci rimangono: a volte per mesi, a volte per anni, a volte per sempre.
A quelli come me vorrei dire: perdete il controllo.
E insegnatemi come si fa.