martedì 10 aprile 2018

Martedì 10 aprile

Questa è per quelli come me. 

Quelli come me si sentono soli, sempre. In realtà, spesso dall'esterno nessuno lo penserebbe: hanno amici, in numero considerato "normale" ai più, una famiglia, magari un compagno/a, o degli amanti, una certa quantità di conoscenti, di quelli con cui scambi volentieri due parole, e altre figure che non sono propriamente Amici, ma neanche meritano di essere delegate al mero ruolo di conoscente. Quelli come me chiacchierano, ridono, escono, ballano, scherzano, urlano, si incazzano, come il mondo si aspetta che facciano, perfettamente in linea con i propri coetanei. Quelli come me sono i figli modello: studenti brillanti, responsabili, educati, ligi al dovere, organizzati, metodici, composti. Composti. Sin da bambini, non hanno mai dato preoccupazioni ai genitori: "Cos'è venuto a fare?" chiedeva la maestra a mio padre, in terza elementare. A volte mostrano interesse verso discipline lontane da quelle conosciute tra i banchi e intraprendono così percorsi paralleli ai loro studi, imparando sin da giovani a gestirsi, ad organizzarsi, così da non togliere mai troppo tempo al "dovere". E allora giocano, suonano, danzano, arrivando sempre un po' più in alto degli altri: perché amano la disciplina e ovunque ci siano regole si sentono a casa. Quelli come me hanno una discreta vita sociale ma coltivano qualche passione intima, silenziosa: leggono, scrivono, dipingono. Quelli come me hanno chiaro in mente cosa è loro richiesto, cosa è giusto che facciano e lo fanno, sempre: rinunciando al sonno, alle relazioni, al sano cazzeggio. Sono in pari con gli esami, hanno un buon lavoro, sono buoni amici, figli di cui essere orgogliosi, genitori presenti, compagni attenti. 
Eppure, quelli come me sono spaccati dentro. 
Se dovessi associare un'immagine a quelli come me, penserei ad una palla di vetro anti-infortunio. Avete presente il vetro del parabrezza, che quando si rompe non crolla ma ha una pellicola plastica che tiene incollati tutti  i frammenti? Ecco, così. Quelli come me non mollano mai. A volte soffrono, soffrono tanto, ma non scoppiano mai. Non scoppiano. Non sanno scoppiare. Buttano giù, ingoiano, soffocano, come in un'abbuffata di pensieri. Seppelliscono tutto, ciascuno nel suo modo, e tirano avanti. Con la loro camicia stirata, la tesi cum laude, i complimenti del collega. Come canta Contessa, "non arrivano al punto di rottura quasi mai". Sono lì, sull'orlo del baratro, o del pianto, o della sfuriata, o della fuga, e ci rimangono: a volte per mesi, a volte per anni, a volte per sempre.
A quelli come me vorrei dire: perdete il controllo.
E insegnatemi come si fa.

lunedì 2 aprile 2018

Lunedì 2 aprile

Un silenzio assordante.
Non riesco a pensare ad un ossimoro più banale di questo per raccontare in modo efficace queste mura. Porte e silenzio. Mi viene in mente adesso, il mio sogno ricorrente da bambina: mura celestine che cominciavano a gonfiarsi e si facevano sempre più sporgenti e grandi, e io ero costretta a muovermi verso il centro della stanza per difendermi da quelle pareti animate, fino a quando ormai lo spazio si era fatto troppo piccolo e arrivavano a soffocarmi. Ricordo il senso di angoscia con cui aprivo gli occhi in un letto di sudore; il bisogno di spazio, di prendere fiato. E' il silenzio. Quelle pareti, non erano altro che il silenzio di questa casa. Silenzio che mi ha avvolto, ingabbiato e stretto in una morsa sempre più dolorosa. Silenzio che ho combattuto negli anni leggendo, infilandomi un paio di auricolari nelle orecchie, mangiando fino a coprirlo col rumore della mia mandibola al lavoro.
Silenzio.
Quattro coinquilini, ciascuno avvolto nella propria nuvola di solitudine. Quattro coinquilini con sempre meno in comune. Condivisione degli spazi, dei consumi, e nient'altro. Vedo un letto con un altissimo muro in mezzo: un muro invisibile, ormai indistruttibile, fatto di rimorsi, rancori, non detti, silenzi, accuse, invidie, gelosie. Mi manca il tempo in cui consideravo quel letto una casa. Adesso ho imparato a distogliere lo sguardo: da quel letto, da mia madre, da mio padre, dal dolore. Ci ho messo anni ma sono riuscita a scappare. Queste mura mi fanno paura. La claustrofobia che mi provocano mi terrorizza, mi toglie il fiato. Urlate! Urliamo! Urlo! A volte mi sembra davvero di riuscirci: mi si contraggono i muscoli delle mani, un fiume mi sembra stia per sgorgare dalle mie labbra. E invece si incrina, appena un attimo prima di uscire. E serro le labbra e mi mordo la lingua, ancora una volta.

domenica 1 aprile 2018

Domenica 1 aprile

Pasqua. E' Pasqua e io ho freddo.

Ho ricordi di una piccola me che saltava giù dal letto e correva urlando ad aprire le uova. Non sapeva scegliere se amasse di più il cioccolato o la sorpresa, e si imbrattava le manine mentre si impegnava per arrivare al cuore. C'erano la mamma e il babbo ad aiutarla, a dare un colpo più forte quando lei non ci riusciva, a raccogliere gli incarti lanciati in giro, a recuperare pezzi di cioccolata vaganti. Poi è comparso un fratellino, che è diventato un alleato in questo gioco e ha protratto la magia ancora per qualche anno.
Ho ventiquattro anni adesso e sono davanti ad uno schermo. Ho la faccia imbrattata di lacrime e mascara sciolto e sono venuta a nascondermi mentre cerco di ritrovare il ritmo del respiro.
Oggi sono diventata grande. Da oggi porto un segreto più grande di me, di genitori fallibili e insicuri. Di genitori che ne sanno quanto me. 

Riportatemi le sorpresine dell'uovo Kinder e lasciatemi lì.

Martedì 10 aprile

Questa è per quelli come me .  Quelli come me si sentono soli , sempre. In realtà, spesso dall'esterno nessuno lo penserebbe: hanno...